Malasanità in pronto soccorso

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Un errore medico in pronto soccorso in ospedale può derivare da una serie di fattori che spaziano dalla gestione dell’emergenza a cure eseguite in ritardo. Questi errori, purtroppo, possono avere conseguenze gravi per i pazienti e sono spesso legati alla pressione lavorativa e alle complessità operative che caratterizzano tali ambienti. Ecco alcuni dei più comuni:

Errori di diagnosi

Una delle problematiche più frequenti in pronto soccorso è la mancata diagnosi corretta o tempestiva di condizioni mediche gravi, come infarti, ictus, emorragie interne o infezioni. Questo può avvenire a causa della sottovalutazione dei sintomi presentati dal paziente o per errori di valutazione. I pronto soccorso sono luoghi dove il personale è chiamato a gestire un gran numero di pazienti in tempi ridotti, il che aumenta il rischio di mancare segni clinici importanti o di fare diagnosi veloci ma errate.

Ritardi nelle cure

Un altro errore tipico dei pronto soccorso è il ritardo nell’inizio delle cure adeguate, specialmente in casi critici. La mancanza di personale, i tempi d’attesa prolungati o la sovraffollamento del reparto possono ritardare la somministrazione di trattamenti essenziali, come la somministrazione di terapie salvavita. Nei casi di malattie acute, anche pochi minuti di ritardo possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Errori nella gestione dei traumi

Il pronto soccorso gestisce frequentemente pazienti con traumi da incidenti stradali, cadute o altre emergenze fisiche. In alcuni casi, possono verificarsi errori nella gestione iniziale del trauma, come la mancata immobilizzazione corretta di un arto fratturato o il mancato riconoscimento di lesioni interne. Questo può compromettere il successivo trattamento e recupero del paziente.

La malasanità in pronto soccorso in Italia, purtroppo, rappresenta un accadimento che comporta delle situazioni tutt’altro che semplici da fronteggiare.
Vediamo alcuni casi di errore medico al pronto soccorso che mettono in risalto questa problematica dovuti a mancanza di personale medico in situazione di emergenza, errori nella scelta del triage, errori nell’organizzazione del pronto soccorso stesso o nella somministrazione dei primi farmaci.

Quali sono quindi altri principali errori medici al pronto soccorso negli ospedali italiani ?

Carenza di personale: gli ospedali italiani soffrono di una cronica carenza di medici e infermieri, con conseguente eccessivo carico di lavoro.
Carenza di risorse finanziarie: gli ospedali italiani sono sotto finanziati, con una mancanza di risorse adeguate per garantire un servizio di qualità.
Carenza di tecnologia: le strutture ospedaliere presentano una carenza di tecnologia all’avanguardia per garantire un servizio di qualità.
Carenza di spazi: gli ospedali italiani sono sovraffollati, con una carenza di spazi adeguati per ospitare tutti i pazienti in attesa di cure.
Aspettative di tempi di attesa troppo lunghi: il numero di pazienti in attesa


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Errore al Pronto Soccorso: il ritardo nella diagnosi che aggrava le lesioni può dare diritto al risarcimento

Una visita in Pronto Soccorso dovrebbe consentire di individuare rapidamente le lesioni più gravi e avviare le cure necessarie. Quando questo non accade e una diagnosi viene omessa o formulata in ritardo, il paziente può subire conseguenze permanenti che, in presenza dei presupposti di legge, possono essere risarcite.

È quanto emerge dalla sentenza n. 4753 del 24 novembre 2025 del Tribunale di Salerno, che ha riconosciuto la responsabilità di un’Azienda Ospedaliera per un errore diagnostico commesso durante il primo accesso di una paziente al Pronto Soccorso. La vicenda riguardava una donna che si era procurata una profonda ferita alla mano nel tentativo di afferrare un bicchiere di vetro. Dopo essersi recata immediatamente in ospedale, la lesione era stata medicata e suturata, ma i sanitari non avevano rilevato il danno a un tendine della mano. Solo successivamente la reale gravità dell’infortunio è stata individuata, quando il ritardo aveva ormai reso più complesso il trattamento chirurgico e aveva compromesso il recupero funzionale dell’arto. Nel corso del processo il Tribunale ha valutato se una diagnosi corretta fin dal primo accesso avrebbe consentito di intervenire tempestivamente, evitando o limitando le conseguenze permanenti riportate dalla paziente. I giudici hanno ritenuto che un trattamento immediato avrebbe offerto concrete possibilità di ottenere un risultato clinico migliore

Quando il ritardo diagnostico è risarcibile?

Non ogni errore diagnostico comporta automaticamente un risarcimento. È necessario dimostrare che una diagnosi tempestiva avrebbe consentito di evitare il danno oppure di ridurne sensibilmente la gravità. Quando il ritardo compromette le possibilità di guarigione, rende necessario un intervento più invasivo o determina esiti permanenti che potevano essere evitati, la struttura sanitaria può essere chiamata a rispondere dei danni subiti dal paziente.

Fonte: Tribunale Ordinario di Salerno, Seconda Sezione Civile, sentenza n. 4753 del 24 novembre 2025.

Errore in Pronto Soccorso: ospedale condannato per la morte di una paziente dimessa con una diagnosi sbagliata
Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di una struttura sanitaria per un grave caso di malasanità avvenuto in Pronto Soccorso. La vicenda riguardava una donna che si era presentata in ospedale con dolore al torace, ipertensione e diabete, sintomi che avrebbero richiesto approfondimenti immediati per escludere un infarto. Nonostante i fattori di rischio, la paziente fu classificata con un codice di bassa urgenza e dimessa con una diagnosi riconducibile a disturbi gastrici. Poche ore dopo morì a causa di un infarto miocardico. I familiari hanno chiesto il risarcimento dei danni sostenendo che una corretta valutazione clinica e un adeguato monitoraggio avrebbero potuto evitare il decesso. La Cassazione ha respinto il ricorso dell’Azienda Ospedaliera, ritenendo irrilevante il successivo allontanamento della paziente, poiché i sanitari avevano già omesso gli accertamenti necessari e sottovalutato un quadro clinico potenzialmente molto grave. I giudici hanno inoltre confermato il diritto dei familiari al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, riconoscendo un importo maggiore in considerazione della particolare situazione del nucleo familiare, nel quale era presente un figlio con disabilità che dipendeva dall’assistenza della madre. La decisione ribadisce che, nei casi di errore diagnostico in Pronto Soccorso, la mancata individuazione tempestiva di una patologia cardiaca può comportare la responsabilità della struttura sanitaria e il conseguente obbligo di risarcire i danni subiti dai familiari della vittima.
Fonte: Corte di Cassazione, Sez. III Civile, ordinanza n. 22515 del 30 giugno 2026.


Cassazione: anche l’infermiere del pronto soccorso deve valutare la gravità del paziente

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 15076/2024, Quarta sezione penale) ha ribadito un principio importante in ambito sanitario e giuridico: l’infermiere che opera in pronto soccorso non si limita alla sola registrazione dei dati del paziente, ma ha anche l’obbligo di valutare la gravità delle sue condizioni cliniche.
Il pronunciamento, depositato ieri, è arrivato a seguito del ricorso presentato dalla difesa di un’infermiera coinvolta in un procedimento per omicidio colposo. Sebbene il reato fosse ormai prescritto, la Corte ha confermato la condanna al risarcimento dei danni per i familiari della persona deceduta, riconoscendo il ruolo attivo dell’infermiera nella catena di responsabilità.
Il ruolo dell’infermiere nella fase di triage

La sentenza sottolinea con forza che, durante l’accoglienza in pronto soccorso, l’infermiere ha una funzione cruciale nel processo di triage, ovvero nella classificazione delle urgenze. Non si tratta quindi di un’attività meramente burocratica o tecnica: l’infermiere deve esercitare un giudizio clinico preliminare, finalizzato a identificare eventuali condizioni gravi o urgenti che richiedano l’intervento immediato del medico. L’omissione o la sottovalutazione di segnali clinici può dunque comportare gravi responsabilità professionali e legali, soprattutto se da tali mancanze derivano conseguenze gravi o il decesso del paziente.


L’infermiere è responsabile anche per i pazienti in codice verde

 

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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15076 del 2025, ha stabilito un principio fondamentale in ambito sanitario: gli infermieri di pronto soccorso sono tenuti a monitorare attivamente anche i pazienti classificati con codice verde, ovvero considerati non urgenti. La decisione arriva a seguito della tragica morte di un uomo in crisi respiratoria lasciato in attesa per oltre 45 minuti, senza sorveglianza né segnalazione al medico di turno.

Il paziente, affetto da una forma grave di asma, aveva comunicato al personale del triage difficoltà respiratorie. Nonostante ciò, era stato inserito tra i casi non urgenti e nessun controllo aggiuntivo era stato effettuato dopo la registrazione iniziale dei parametri vitali. L’infermiere, pur notando una respirazione anomala e rumorosa, si era affidato esclusivamente al valore dell’ossigenazione – apparentemente nella norma – senza valutare altri segnali clinici o possibili complicazioni, come un’allergia in atto.


Il monitoraggio del paziente è un obbligo anche in codice verde

La Corte ha ritenuto il comportamento dell’infermiere in contrasto con le linee guida sul triage, stabilite dalla Conferenza Stato-Regioni del 25 ottobre 2021. Tali protocolli prevedono chiaramente il monitoraggio costante del paziente e la necessità di rivalutazione in caso di peggioramento. In questo caso, l’omessa comunicazione al medico di turno è stata considerata determinante, perché un intervento tempestivo avrebbe potuto probabilmente evitare l’esito mortale.


Il ruolo attivo dell’infermiere nella gestione dell’urgenza

La Cassazione ha chiarito che l’infermiere non deve limitarsi alla registrazione dei dati clinici iniziali, ma ha la responsabilità di osservare i sintomi, ascoltare i racconti del paziente e dei familiari e valutare l’evoluzione del quadro clinico. Anche in assenza di una diagnosi – prerogativa del medico – l’infermiere ha l’obbligo di riconoscere segni di allarme e sollecitare l’intervento del medico qualora vi siano segnali di peggioramento.


Una sentenza che rafforza la tutela del paziente

Questa importante sentenza riafferma il valore del ruolo infermieristico nel processo di triage e nella protezione della salute del paziente fin dal primo contatto con il sistema sanitario. Il codice verde non può e non deve mai giustificare un abbassamento dell’attenzione clinica. Ogni sintomo va considerato con attenzione, perché anche un apparente caso lieve può evolvere rapidamente in emergenza.


Conclusione

Gli errori medici nei pronto soccorso italiani possono derivare da molteplici fattori, ma spesso sono evitabili con una migliore organizzazione e formazione. Investire nella qualità dell’assistenza, migliorare la comunicazione tra il personale sanitario e ridurre i carichi di lavoro possono fare la differenza nella sicurezza del paziente.


Il caso di Lorenza a Lipari

Uno dei casi maggiormente recenti di malasanità nel pronto soccorso è quello di Lorenza, una giovane ragazza che, per tre giorni di seguito, si è recata presso il pronto soccorso di Lipari per sottoporsi a una visita dopo aver riscontrato diverse fitte allo stomaco.
In tre occasioni la ragazza sarebbe stata rimandata a casa e durante l’ultima occasione, avvenuta durante gli ultimi giorni del mese di agosto, l’errore in fase di triage sarebbe stato fatale alla giovane.
L’infermiera che avrebbe effettuato una diagnosi preventiva delle condizioni di salute della giovane Lorenza avrebbe sostenuto con il malessere della ragazza non era così grave da richiedere un controllo approfondito ma, al contrario, alla paziente sarebbe stato consigliato di recarsi presso la guardia medica e farti prescrivere qualche medicinale per placcare i dolori.
Purtroppo per lei, il rientro a casa non è stato dei migliori, in quanto la condizione clinica è peggiorata notevolmente comportando il decesso della paziente.
Per tre giorni gli amici e i parenti della vittima hanno protestato vivacemente a Lipari, bloccando la struttura ospedaliera nella quale la ragazza darebbe stata respinta.

Il caso di una paziente in coma di Lecce

Un caso di mancata o errata diagnosi al pronto soccorso è quella del caso della paziente di Lecce che, per due volte, sarebbe stata mandata a casa dopo una diagnosi poco accurata malgrado la situazione generale fosse evidente e avrebbe messo in mostra uno stato di salute tutt’altro che ottimale. Infatti nel corso dei primi giorni di settembre 2020 si sarebbe recata per ben due volte in ospedale.
Nel primo caso la donna avrebbe palesato i sintomi di una classica influenza, secondo quanto diagnosticato dai medici: il mal di testa incessante e i conati di vomito, così come i forti dolori allo stomaco sentiti dalla donna, non avrebbero fatto scattare la preoccupazione dei medici, che dopo la somministrazione di qualche farmaco avrebbero rimandato a casa la paziente.
Dopo sole 24 ore, la donna sarebbe tornata presso la struttura del pronto soccorso con dei sintomi maggiormente gravi e in particolar modo la donna non riusciva a roteare gli occhi e il mal di testa incessante le impediva di compiere anche la più basilare delle azioni.
Ma anche in questo caso la paziente sarebbe stata medicata e rimandata presso la sua abitazione.
Il terzo giorno la condizione di salute della donna è peggiorata notevolmente, visto che la stessa è stata trasportata d’urgenza presso il pronto soccorso dove sarebbe giunta in uno stato comatoso.
Il danno medico pronto soccorso, dovuto da un’ischemia cerebrale non riconosciuta, ha indignato i parenti che ora richiedono a gran voce un risarcimento per malasanità pronto soccorso visti i danni che la donna ha subito a causa della patologia non curata prontamente.

Il caso della donna incita di Cosenza

Il terzo caso di malasanità ospedaliera italiana che analizziamo è quello di una paziente incinta che ha perso la vita ad agosto 2020.
Il calvario della giovane donna è iniziato circa 3 giorni prima, quando alcune fitte addominali e problematiche allo stomaco avevano convinto il marito ad accompagnare la consorte presso l’ospedale Annunziata.
Anche in questo caso la situazione la mancata o errata diagnosi al pronto soccorso hanno creato una situazione abbastanza complicata: i medici che hanno effettuato la diagnosi, infatti, non hanno ritenuto abbastanza gravi i sintomi riscontrati dalla donna, la quale è stata rimandata a casa.
La condizione della donna, però, è peggiorata 24 ore dopo, quando il marito ha deciso di tornare presso la struttura ospedaliera vedendo i sintomi della donna peggiorati notevolmente.
I medici, in questo caso, hanno subito prescritto il ricovero d’urgenza della paziente, ma la diagnosi precedentemente errata ha avuto un impatto devastante sulla condizione di salute della donna che, 48 ore dopo, ha perso la vita presso la medesima struttura ospedaliera.
La procura ha deciso di avviare le indagini spinta dalla richiesta del marito, che oltre ad aver perso la moglie ha perduto anche il figlio che la stessa portava in grembo da circa due mesi.


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Il caso dell’anziano 17 ore al pronto soccorso per una frattura al polso

Infine un altro caso di malasanità ospedaliera, non con conseguenze fatali come gli altri, è avvenuto a Ferrara e ha visto protagonista un uomo di 95 anni vittima di una rovinosa caduta.
L’uomo, scivolato nella sua abitazione, è stato accompagnato dalla nipote presso la struttura ospedaliera della città, dove il paziente è stato lasciato in sala d’attesa completamente solo a causa delle restrizioni imposte dal Covid.
La nipote ha raccontato alla stampa di aver dovuto attendere diverse ore prima di ottenere delle risposte sulla condizione del nonno, sottolineando un certo livello di maleducazione e poca disponibilità da parte degli inservienti presenti presso la struttura ospedaliera.
L’uomo, nel frattempo, non venne visitato immediatamente e ciò ha comportato un incremento della dimensione del polso fratturato:: le uniche medicazioni che sono state effettuate all’anziano sono stati i punti di sutura su una ferita riportata nella parte posteriore della testa.

Le ore trascorrono e la nipote, secondo quanto sostenuto dalla stessa durante il suo racconto alla stampa, ha atteso 12 ore prima di ricevere ulteriori notizie sulla condizione di salute dell’anziano parente e solo nel primo pomeriggio l’uomo è stato medicato con una gessatura nel polso.
Questo è avvenuto grazie all’intervento della sola dottoressa definita umana dalla nipote che, nel frattempo, aveva avvertito gli altri parenti sulla situazione che si stava palesando.
Al termine del lungo giorno trascorso presso la struttura ospedaliera, l’uomo è stato mandato a casa con una serie di antidolorifici prescritti per combattere la problematica riscontrata.

Come comportarsi in questi casi

In caso di malasanità e di eventuali danni riscontrati dovuti da una diagnosi totalmente errata in ospedale al pronto soccorso, occorre rivolgersi a uno studio di avvocati che si occupano di queste situazioni e avviare le procedure per richiedere un risarcimento per i danni subiti. Vanno provati e verificati con perizia medico legale e dopo di che si citerà la struttura per ottenere un corretto risarcimento.
In questo modo è possibile rendere nota la situazione sanitaria italiana, con la speranza di farla migliorare, nonché evitare che questa situazione possa nuovamente palesarsi e vedere protagoniste altre situazioni tutt’altro che semplici da fronteggiare, specialmente se da queste scaturiscono conseguenze letali.

CORONAVIRUS E PRONTO SOCCORSO:

Problematica la situazione per i pazienti che nel 2020 hanno avuto casi urgenti per infarti o incidenti stradali o operazioni immediate per salvare la loro vita e si sono trovati ospedali al collasso in seguito a reparti oberati per malati di coronavirus. Soprattutto i pronti soccorsi hanno subito stravolgimenti e questo si spera non a discapito del cittadino che aveva immediato bisogno di soccorso presso i vari pronti soccorsi italiani. Ovviamente per i continui tagli alla sanità i medici si sono trovati in numero insufficiente e con attrezzature insufficienti per affrontare la pandemia del coronavirus e la vita normale quotidiana negli ospedali durante il 2020.


I tagli sanitari stanno mettendo in grave difficoltà i pronti soccorso negli ospedali italiani; ripetuti i ritardi per mancanza di personale sufficiente a garantire un soccorso immediato anche per i casi meno gravi che passano ore ed ore prima di ottenere una diagnosi / cura. Si stima una mancanza di almeno 4000 medici (per Simeu) che porta a maggiori possibilità di disagi, errori e malasanità nelle strutture sanitarie italiane. (Fonte: SOLE 24 ORE )


 

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